Se ne è andato a 69 anni, Evaristo Beccalossi, il “Becca” , il fantasista interista degli anni 70’ – ’80, idolo dei tifosi nerazzurri. Oggi sono in lutto dopo i festeggiamenti di domenica per il 21esimo scudetto che a questo punto avrà una dedica speciale. Ma sono in lutto tutti i tifosi del bel calcio.
Beccalossi era stato a Cuneo l’8 settembre del 2009 ospite nella Sala Mostre della Provincia dell’Inter Club Provincia Granda Javier Zanetti di Cuneo, per la presentazione del suo libro “Mi chiamo Evaristo”. Proprio in quella serata di racconto del libro che ripercorreva le tappe principali della sua vita e della sua carriera, uno degli ultimi capaci di accendere la fantasia di milioni di tifosi con le sue estrose giocate, Evaristo Beccalossi, che oltre ad essere un grande giocatore era un uomo di grande ironia e simpatia, si era trattenuto a lungo con i tifosi. Aveva vissuto anche un simpatico momento quando durante il racconto dell’esperienza di Barletta, ultima tappa tra i professionisti di una brillante carriera, Beccalossi è stato interrotto dal cuneese Ezio Panero che, proprio a Barletta, fu suo compagno di squadra. Prontamente riconosciuto l’amico, il Becca si è alzato e precipitato a fondo sala per salutare con un lungo abbraccio l’ex compagno di squadra.

La nota dell’Inter sulla sua morte rende chiaro l’affetto dei tifosi: “Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone. Il talento non si impara. È un dono, al massimo lo si alleva, con la testardaggine di chi è destro di piede e fin da bambino allena il sinistro nel garage di casa fino a diventare mancino, ambidestro, praticamente onnipotente con entrambi i piedi. Quello di Evaristo Beccalossi era limpido, abbagliante, in contrasto con una continuità di rendimento che a volte veniva meno nel corso delle partite ma che, sempre, gli veniva perdonata, dai compagni e dai tifosi. Fantasista: precisamente, Beccalossi. Gianni Brera lo aveva ribattezzato ‘Driblossi’. L’arte di dribblare, di saltare gli avversari: azzardi sfrontati, quasi sempre riusciti, con leggerezza. Il bello del calcio, il modo più romantico per far innamorare i tifosi. Coi riccioli che ciondolavano sulle spalle, con la sua cadenza inconfondibile in mezzo al campo, dava carezze al pallone”. Nessuno, meglio di un altro grande interista, Peppino Prisco, ha fotografato l’iconicità di Evaristo:
“Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole”.




