Aveva venduto a due connazionali pakistani delle patenti polacche spacciandole per autentiche, assicurandoli sul fatto che, essendo europee, nel giro di poco tempo avrebbero potuto convertirle in patenti italiane.
Così i due cittadini, con regolare permesso di soggiorno, impiegati presso una cooperativa cuneese e in possesso di una patente conseguita nel loro paese di origine, pagarono 2mila ciascuno per ottenere un documento importante per lo svolgimento del loro lavoro.
Nell’ottobre del 2021 però uno dei due uomini venne fermato durante un normale controllo su strada, la sua patente venne sequestrata dagli agenti in quanto apparentemente falsa, e lui successivamente indagato. Fu a quel punto che insieme all’amico decise di andare dai carabinieri a denunciare la truffa. I militari sequestrarono anche l’altra patente e svolsero i dovuti accertamenti su S.K. che venne quindi rinviato a giudizio per truffa e detenzione di documenti falsi.
Nel suo appartamento gli inquirenti trovarono infatti parecchie patenti polacche intestate a lui e al fratello, un’agenda con dei nomi e delle cifre e 900 euro in contanti.
Dalla chat intercorsa fra le due vittime della truffa e l’indagato emerse lo scambio di messaggi in merito alle rassicurazioni sull’autenticità dei documenti e sulla loro convertibilità in patenti italiane. I carabinieri scoprirono anche un procedimento a carico dell’indagato a Torino dove l’uomo aveva cercato di convertire la propria patente.
Al vaglio della giudice nel corso dell’istruttoria, la contestazione dal parte del difensore dell’imputato di tardività della querela di uno dei due denuncianti, presentata a un anno di distanza dal controllo di polizia.
Al termine del processo il pubblico ministero aveva chiesto la condanna dell’imputato per entrambi i fatti, legati dal vincolo della continuazione, a 6 mesi 20 giorni e 600 euro di multa.
Una richiesta parzialmente accolta dalla giudice che ha assolto S.K. per il primo episodio e lo ha condannato per il secondo a 5 mesi di reclusione.





