
Bisogna tenere a mente le prime pagine, dove si parla di utopia, per affrontare l’analisi “spietata” e radicale che l’autrice sviluppa intorno alle istituzioni politiche così come si sono trasformate nel corso dei secoli. Non è però un’analisi storica, bensì una riflessione critica muovendosi sul terreno della scienza politica ed economica che azzera ogni illusione.
Il quadro del mondo è delineato negli “affioramenti”, cioè “racconti del presente” che mostrano il persistere di strutture violente istituzionalizzate. Anche in questo caso non si tratta di un discorso affrettato. L’autrice argomenta dapprima con esempi uscendo poi dalla cronaca per riflettere sulle conseguenze degli eventi.
Ne scaturisce così un quadro della società contraddistinta dalla crisi delle strutture democratiche, considerate non però sul versante della partecipazione, bensì all’interno del quadro dell’inclusione che dovrebbe esserne elemento caratterizzante. Strutture che non sono più, a detta dell’autrice, “strumenti di bilanciamento delle disuguaglianze, ma strumenti di separazione e gerarchizzazione”.
Si assiste così a un progressivo radicalizzarsi del ruolo delle istituzioni, sempre più propense ad abbandonare intere porzioni della popolazione. Lo si ravvisa in ambito sanitario, nel pensare il welfare, nel garantire i diritti fondamentali.
Lo stato sociale arretra mentre si afferma lo “stato penale, attraverso l’espansione del meccanismo securitario”. La sicurezza si fa giustificazione dell’esclusione. Si pone alla base di un’accettazione acritica dei comportamenti repressivi ritenuti accettabili o addirittura inevitabili. Infine “individua standard di legittimità ritenuti ‘naturali’ solo perché sono continuamente ribaditi”.
Lo stesso concetto di cittadinanza ricade in logiche simili. Sottintende l’idea di un popolo omogeneo che detta e gestisce i criteri per l’appartenenza e, di riflesso, per l’esclusione. Si arriva così al paradosso di un mondo in cui lo spazio diventa globale, la gente si sposta in continuazione, ma la cittadinanza, come le forme di accoglienza, si trasformano sempre più in privilegio.
Assieme a queste annotazioni schiette il libro coglie il rischio di una paralisi. Gettare la spugna non è la risposta corretta. Sono le pagine dedicate alle “abolizioni” che sim assumono il compito di indicare strade nuove. L’autrice parla diffusamente di carcere e manicomi, ma è chiaro che nel discorso rientrano anche le strutture culturali come il patriarcato. Non si tratta semplicisticamente di eliminarle, cosa che, per altro, in pratica non è affatto semplice. Bisogna costruire percorsi diversi di cui si fornisce qualche esempio.
È qui che si chiude il cerchio del saggio tornando all’utopia come “strumento per guardare oltre l’esistente”. Non sogno illusorio, ma possibilità di pensare a un mondo diverso da come appare. La possibilità diventa categoria di pensiero per uscire dalla logica degli slogan politici e aprire la strada a nuovi percorsi di socializzazione.
Abolire l’impossibile
di Valeria Verdolini
Editrice Add
euro 18




